blefariteL’etimologia della parola “palpebra” deriva dal greco antico “blépharon”, mentre il suffisso “ite”, in medicina, indica un’infiammazione. La blefarite, dunque, è l’infiammazione del margine inferiore della palpebra, a ridosso delle ciglia, capace di compromettere la funzionalità dell’apparato protettivo del bulbo oculare, con conseguenze spesso irreparabili per la corretta percezione visiva.

L’eziologia della blefarite è molto varia, sebbene abbia origine, nella maggior parte dei casi, da fattori costituzionali o ambientali. Non è certo una novità che un paziente debilitato sia esposto più degli altri alle infezioni, così come è noto che sul medesimo paziente queste possano agire, non trovando quasi resistenza, con tutta la loro aggressività.
Ecco quindi che la blefarite andrà a colpire preferibilmente i bambini, anche perché sicuramente meno attenti all’igiene delle mani con cui si sfregano volentieri gli occhi, e gli anziani, già debilitati dall’età e dalla presenza di altre patologie organiche concomitanti.
Fattori scatenanti possono però anche essere il diabete, l’iperlipemia e le disfunzioni dell’apparato visivo come l’astigmatismo e l’ipermetropia. Un’altra causa, o complicanza, può essere rappresentata dallo stafilococco aureus, un batterio che interviene spesso nelle infezioni della cute, il primo organo del corpo umano che viene in contatto con uno degli habitat naturali di questa specie batterica, il terreno.
In ultimo, vale la pena ricordare che anche virus come l’herpes simplex o l’herpes zoster (il responsabile della varicella e secondariamente del cosiddetto Fuoco di Sant’Antonio) possono annidarsi nel follicolo pilifero delle ciglia per esplodere nel momento in cui si dovessero verificare le condizioni ideali.

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La sintomatologia delle blefariti, indipendentemente dall’eziologia scatenante, è rappresentata da gonfiore della palpebra, arrossamento, bruciore e iperlacrimazione. A questa sintomatologia di base sono spesso associati prurito, fotosensibilità e desquamazione. I casi che presentano esclusivamente questa sintomatologia vengono classificati come blefariti non ulcerose.
Quando, invece, l’infezione è dovuta allo stafilococco aureus o all’herpes si formano, sul bordo della palpebra ed in corrispondenza del bulbo pilifero delle ciglia, delle vere e proprie ulcere; in tali casi si parla di blefarite ulcerosa.
In entrambi i casi, se non curate a dovere, le blefariti possono causare congiuntiviti croniche e danni corneali, in virtù del fatto che la palpebra non è più in grado di garantire un’adeguata funzionalità.La visita del medico oftalmologo mediante un esame obiettivo, e il riscontro anche solo di parte della sintomatologia sopra descritta, farà propendere lo specialista verso la diagnosi di blefarite; se poi anamnesticamente non dovesse trovare un riscontro oggettivo, o una causa certa, oppure individuasse la presenza di ulcere, potrà procedere all’esecuzione di un tampone, da spedire al competente laboratorio di microbiologia per accertare l’eventuale presenza del famigerato stafilococco aureus.Ovviamente il trattamento delle blefariti è strettamente legato alla causa scatenante e alla gravità dei sintomi manifestati. Come trattamento “trasversale” il medico consiglia sempre l’uso di lacrime artificiali, per evitare la secchezza della palpebra interna e proteggere meglio il bulbo oculare, e il ricorso ad impacchi caldi e umidi, sia per alleviare bruciori e pruriti, sia per detergere al meglio la palpebra; questo secondo scopo viene meglio raggiunto con l’uso di prodotti specifici in grado di rimuovere le secrezioni sebacee. Se l’infiammazione è persistente e molto fastidiosa, l’oftalmologo può fare ricorso alla prescrizione di pomate a base cortisonica, allo scopo di limitare la risposta immunitaria e attenuare la sintomatologia.

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Nel caso, invece, di infezioni batteriche confermate dalle analisi di laboratorio, è d’obbligo il ricorso agli antibiotici, commercializzati in compresse orali, gocce oculari e pomate ad uso locale. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, le blefariti sono recidivanti, per cui, una volta eliminati i sintomi della fase acuta, sarebbe bene intervenire sulle abitudini di vita del paziente, verificando la presenza di azioni scorrette o di esposizioni ripetute ad agenti chimici o fisici irritanti.Prendersi cura di sé stessi è indubbiamente la migliore prevenzione possibile. Come spesso succede la base di partenza si trova in una sana abitudine alimentare, con conseguente buona funzionalità gastro-intestinale, e, se proprio deve essere, in un moderato consumo di bevande alcoliche e sigarette.
Evitare poi prolungate esposizioni a fattori ambientali a rischio, come smog, ambienti polverosi, situazioni di vento forte o sole accecante; non potendo evitare di incontrare questi fattori avversi, è bene proteggersi con dispositivi di protezione adatti. Trattandosi di prevenzione, anche il ricorso a tutte le regole dettate dal buon senso, potrebbero non bastare ad evitare questa fastidiosa infiammazione; nel caso sarebbe bene rivolgersi tempestivamente al medico di base, perché vale sempre la regola per cui una diagnosi precoce vale già metà della guarigione.

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