Chemioterapia Quando si parla di chemioterapia, si fa riferimento alla branca della farmacologia che si occupa, a fini terapeutici, di sviluppare medicinali che siano in grado di distruggere manifestazioni patologie in maniera selettiva e mirata. Si distingue, in particolare, tra chemioterapia anti-neoplastica e chemioterapia anti-infettiva; la prima è quella che nel linguaggio comune corrisponde alla chemioterapia classica, e sfrutta i farmaci anti-tumorali per colpire le neoplasie; la seconda, invece, nota anche come chemioterapia anti-microbica, intende colpire le cellule infettate dai micro-organismi patogeni, e utilizza prodotti anti-micotici, anti-virali e antibiotici.

La parola chemioterapia nasce all’inizio del Novecento, al fine di indicare l’impiego di sostanze sintetiche per rimuovere gli agenti eziologici alla base delle patologie infettive. In seguito, la diffusione a livelli endemici di tumore ha fatto sì che la definizione originaria si estendesse, includendo anche le cellule sottoposte a degenerazione tumorale tra gli organismi invasori.

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Insomma, se è vero che la chemioterapia, nel linguaggio comune, indica solo il campo di applicazione riferito al cancro, in maniera errata, in realtà devono essere considerati farmaci chemioterapici anche gli anti-protozooari, gli anti-virali, gli antibiotici e gli anti-micotici. In ambito microbiologico, in particolare, i medicinali anti-microbici di carattere sintetico sono chemioterapici, a differenza degli antibiotici comuni, che hanno, invece, origine naturale.

Caratteristica principale di qualsiasi chemioterapico è la sua tossicità selettiva, vale a dire la sua capacità di bersagliare il micro-organismo patogeno evitando di coinvolgere l’ospite in maniera significativa. La maggior parte dei chinoloni, degli analoghi dei fattori di crescita e dei nitroeterociclici entra in azione bloccando una via metabolica (mentre i disinfettanti denaturano alcune parti delle cellule), e pertanto agisce unicamente su batteri in replicazione attiva.

La chemioterapia come viene comunemente intesa oggi, vale a dire dedicata al contrasto delle forme tumorali, nasce negli anni Sessanta per un caso piuttosto fortuito, nel momento in cui uno studioso della Michigan State University, il biofisico Barnett Rosenberg, nota che i fusi mitotici somigliano in maniera significativa alle linee di forza che costituiscono i campi elettrici (i fusi mitotici non sono altro che serie di micro-tubuli che si allungano dai centrioli ai poli sino all’equatore della cellula, dove sono collocati i cromosomi, nel corso dell’anafase della mitosi).

Egli, quindi, studia l’interferenza che viene esercitata nella riproduzione dei batteri dai campi elettrici: ebbene, i batteri in tale ambiente non sono in grado di riprodursi poiché non riescono a separarsi. A impedire tale divisione, tuttavia, non è il campo elettrico, ma la presenza di un isomero. Rosenberg, quindi, prova a verificare le conseguenze derivanti dall’applicazione dell’isomero sulle cellule colpite da tumore, contraddistinte da un tipo di crescita uguale, identificandone un’importante azione antitumorale.

L’isomero in questione è il cis-platino: occorre precisare, però, che allo stato attuale non è ancora noto il meccanismo attraverso il quale esso causa la morte delle cellule impedendone la produzione. Certo è che non esistono molti isomeri che effettuano questa azione. Il cis-platino, per altro, presenta un effetto tossico piuttosto rilevante, in quanto non è capace di distinguere le cellule sane e le cellule cancerose: in altre parole, colpisce tutte le cellule in maniera indiscriminata.

Alle persone che vengono curate in regime chemioterapico, per altro, vengono assicurate delle provvidenze economiche: nel caso in cui il medico dell’Inps individui un’infermità mentale o fisica in grado di impedire qualunque collocazione professionale, viene riconosciuta una pensione di inabilità.
Non sempre un tumore può essere curato con la chemioterapia: i medici, infatti, di volta in volta verificheranno la possibilità di iniziare il trattamento sulla base del genere di tumore (esistono forme più sensibili e forme meno sensibili ai risultati delle cure), delle condizioni complessive del paziente e del grado di severità del tumore (intuibile dall’aspetto al microscopio delle cellule tumorali).

Altri aspetti che possono incidere sulla scelta di iniziare un trattamento sono lo stadio di evoluzione del tumore (fino a che punto si è sviluppata la malattia?) e la sede in cui la prima volta si è materializzato il tumore (in altre parole, una metastasi situata nel polmone ma derivante da un tumore alla mammella andrà curata mettendo in pratica il trattamento per sconfiggere il tumore della mammella).

Tenendo conto di tali fattori, insomma, i medici individuano quale genere di chemioterapia deve essere somministrato, l’eventuale necessità di effettuare anche un intervento chirurgico, il numero di cicli di cui c’è bisogno, l’importanza di trattamenti integrati come terapie ormonali, cicli di radioterapia o terapie mirate. Nel caso in cui la somministrazione della chemioterapia avvenga in contemporanea alla messa in pratica della radioterapia, si fa riferimento, più precisamente, alla chemio-radioterapia.

In conclusione, non è detto che una diagnosi di cancro comporti per forza di cose la chemioterapia. Trattandosi di un trattamento sistemico (nel senso che interessa in maniera evidente l’intero organismo), infatti, esso determina effetti collaterali che vanno valutati con attenzione in rapporto ai benefici che si prevede di ottenere. Per esempio, un tumore di piccole dimensioni non diffuso nel sangue o nei linfonodi può essere totalmente eliminato con un semplice intervento chirurgico.

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